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23 Nov 2018

Di Manlio Masucci - Lifegate, 23 novembre 2018 | Fonte

Vincitrice del Right livelihood award per il riconoscimento dell'acqua come diritto umano, Maude Barlow ci parla di quella che lei definisce una crisi globale dell'acqua e della rischiosa ma ancora velata connessione tra la sua protezione e gli accordi commerciali.

Tutelare la salute e il benessere delle persone attraverso la protezione dell’ambiente, dell’acqua e del cibo. Per farlo, è necessario un processo legislativo democratico nell’interesse dei cittadini, libero dalle pressioni delle grandi lobby industriali, in grado di invertire un percorso di sviluppo che continua a favorire l’inquinamento atmosferico, la contaminazione delle falde acquifere e i cambiamenti climatici. È questa la proposta di Maude Barlow, considerata una delle massime esperte mondiali sull’utilizzo sostenibile delle risorse idriche che nel 2005 ha ricevuto il Right livelihood award, conosciuto come il premio Nobel alternativo, per aver ottenuto in veste di relatrice speciale delle Nazioni Unite il riconoscimento dell’acqua come diritto umano.

Il Ceta, il trattato commerciale euro-canadese approvato dal Parlamento europeo ma non ancora ratificato dall’Italia, promette però di cristallizzare l’attuale modello di sviluppo economico rendendo vani gli sforzi degli ambientalisti che si battono invece per nuove regole a protezione dell’ambiente. Mentre era ospite a Roma al forum dei movimenti per l’acqua e della campagna stop Ttip/Ceta abbiamo incontrato Barlow, ed è proprio partendo da quella che lei stessa definisce una crisi globale dell’acqua che ci spiega la sottile ma importantissima connessione fra accordi commerciali e protezione dell’ambiente.

Lei ha parlato di crisi globale dell’acqua. Cosa significa e perché è essenziale mantenere l’acqua nel dominio pubblico per fronteggiare questa crisi?
La crisi globale dell’acqua si divide in due principali filoni. Prima di tutto è una crisi ecologica perché, soprattutto in Occidente, siamo stati abituati a considerare l’acqua come una risorsa infinita da utilizzare per il nostro piacere, per la nostra comodità e, ovviamente, per i nostri profitti. In questo modo ne abbiamo abusato e continuiamo a sfruttarla oltremodo. In secondo luogo, esiste il diritto umano all’acqua che è il diritto ad avere accesso all’acqua pulita.

L’Organizzazione mondiale del commercio ci ricorda che ogni giorno due miliardi di persone non hanno alternativa a bere acqua contaminata e due miliardi e mezzo di persone non hanno accesso ai servizi igienici di base. La crisi ecologica e quella dei diritti umani devono essere affrontate con buone politiche pubbliche. Dobbiamo prenderci cura dell’acqua, dobbiamo fermare gli abusi e l’estrazione incontrollata, smettere di inquinarla e al contempo garantire il diritto all’accesso all’acqua pulita per tutti. Tutto ciò non accadrà se le grandi multinazionali ne otterranno il controllo. L’abbiamo già visto succedere: aziende private che rilevano i servizi municipali tagliando su standard e personale alzando i prezzi dell’acqua. Tutto ciò è prevedibile perché il loro obiettivo è ottenere un ritorno sull’investimento effettuato. L’unico modo di affrontare e risolvere questa crisi globale è quello di rimanere vigili e mantenere l’acqua nel dominio pubblico. Questo è essenziale per risolvere le due crisi interconnesse prima che sia troppo tardi, prima di raggiungere un punto di non ritorno che già vedo all’orizzonte.

Il modello di commercio che definiamo “libero” è in realtà da considerarsi fra i principali responsabili di questa crisi?
Un quinto dell’acqua si perde a causa delle regole del libero commercio. Pensiamo all’acqua presente nei prodotti commerciali che viaggiano per migliaia di chilometri. Molti paesi danneggiano le loro risorse idriche sottraendole ai cittadini per poter vendere più prodotti sui mercati internazionali. Continuare con questo tipo di commercio significa danneggiare l’ambiente. E la pressione sull’acqua è in aumento perché la domanda cresce per una risorsa che non è infinita. Fin dagli anni Ottanta l’acqua è presente negli annessi agli accordi commerciali. Significa che le multinazionali sono ben consapevoli di che si tratti di una risorsa strategica e sono ben attente a inserire clausole per reclamare diritti sull’acqua pubblica. Quando l’acqua lascia il suo stato naturale è immediatamente soggetta alle clausole dei trattati.

In che direzione sta andando il Ceta e in che modo lo considera pericoloso per il nostro ambiente?
Il Ceta, come altri trattati commerciali, è scritto sostanzialmente per le grandi multinazionali che in questo modo continuano ad estendere i loro commerci e i loro profitti. Non intendo condannare il commercio in sé ma il problema è che il commercio delle multinazionali non è una soluzione alle crisi di cui stiamo parlando. La cosa grave per noi e l’ambiente è che questi trattati offrono alle multinazionali la possibilità di inibire i governi a legiferare nell’interesse pubblico. Il Ceta e gli altri trattati commerciali considerano l’acqua non come un bene primario ma come un investimento, un qualcosa di commerciabile attraverso servizi privati.

Una volta che i servizi vengono privatizzati, i governi sono inibiti a promulgare nuove leggi perché se tali leggi non fossero gradite alle multinazionali potrebbero essere denunciati in base ai trattati. I servizi idrici sono infatti soggetti all’applicazione dell’Isds, il sistema di risoluzione delle controversie investitore-stato. Questa non è una teoria ma è quanto abbiamo visto accadere in Canada che è stato portato in giudizio 41 volte, in due terzi dei casi per standard ambientali o alimentari ritenuti troppo stringenti. Il Canada ha finora pagato 300 milioni di dollari in risarcimenti ed ha arbitrati in corso per altri 1,75 miliardi.

Qual è la posizione dell’Italia nei confronti del trattato?
Ho incontrato il sottosegretario italiano allo Sviluppo economico Michele Geraci che ci ha detto che la decisione sul Ceta non è stata ancora presa. Un’affermazione deludente perché non più di due mesi fa gli stessi deputati oggi al governo avevano detto che non avrebbero ratificato il Ceta. Ma se è questa la realtà allora è bene saperlo in modo da organizzare una ferma opposizione. La situazione di difficoltà è facilmente comprensibile perché la pressione a questi livelli è enorme. Le grandi multinazionali dell’energia, dei servizi, dell’alimentazione e le compagnie di servizi idrici stanno esercitando una pressione fortissima sull’Italia per far ratificare questo accordo. A Montreal, circa un mese fa, la commissaria europea per il Commercio, Cecilia Malmstrom, ha risposto alla specifica domanda di un giornalista dicendo di non essere preoccupata perché era solo una questione di tempo e l’Italia avrebbe ceduto. Il nostro messaggio all’Italia è di rimanere uniti e forti e rifiutare questo accordo che fa solo gli interessi delle grandi multinazionali.

Secondo una recente indagine Ispra, le acque italiane sono altamente contaminate dai residui di pesticidi di cui il nostro paese è fra i maggiori consumatori in Europa. Cosa succederebbe con il Ceta?
La questione dei pesticidi è gravissima e riguarda tutto il mondo. Certo non possiamo accusare il Ceta per la situazione attuale italiana ma possiamo dire che non offrirà soluzioni a questa crisi e anzi contribuirà a mantenere la situazione attuale di inquinamento e contaminazione rendendo sempre più difficile trovare soluzioni ai problemi dell’inquinamento nel futuro. Io credo che abbiamo bisogno di una nuova etica dell’acqua. Le pratiche e le leggi devono tenere in considerazione l’impatto sull’acqua. E se la valutazione è negativa, allora è necessario rifiutare di firmare trattati commerciali, o costruire acquedotti, o continuare a permettere l’utilizzo di pesticidi.

Le acque in tutto il mondo stanno subendo processi di eutrificazione. Più grandi sono le fattorie più vengono immessi nutrienti e minerali nelle acque che alimentano tale processo. L’Italia è già uno dei maggiori consumatori di pesticidi in Europa e trattati come il Ceta promettono di cristallizzare questa situazione perché sarà quasi impossibile per i movimenti ambientalisti combattere l’inquinamento e la contaminazione. E sarebbe un peccato. Penso al fatto che le fattorie in Italia sono molto più piccole di quelle del nord America ed è più facile per loro trasformarsi in biologiche. Nel vostro paese circa il 14 per cento delle aziende sono biologiche mentre nel nord America non andiamo oltre l’1 per cento. Abbiamo il diritto a buone leggi e a un buon governo. Questo è un nostro diritto fondamentale e dobbiamo continuare ad impegnarci per non vedercelo portare via.

CETA

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